Benvenuto, Ospite
Nome utente: Password: Ricordami
qui puoi scrivere di qualsiasi cosa, qualsiasi argomento che non sia presente nelle altre sezioni
  • Pagina:
  • 1
  • 2

ARGOMENTO: Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano)

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 6 Giorni fa #9097

  • ParisTexas
  • Avatar di ParisTexas
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 42
  • Ringraziamenti ricevuti 21
  • Karma: 3
Il topic richiama il titolo di un famoso libro di Mario Capanna, leader studentesco del ’68 e più volte deputato in parlamento, e non rispecchia necessariamente l’idea che lo scrivente ha di quel periodo. Non è nelle mie intenzioni avviare una discussione politica su quegli anni, sebbene sia ben conscio che la questione vi si presti, vorrei piuttosto raccogliere testimonianze su come quel periodo sia stato da voi vissuto, in considerazione dell’età che all’epoca avevate e del vostro grado di coinvolgimento. Anzi, sarebbe interessante sapere il parere anche di quelle persone che all’epoca non erano ancora nate. Solitamente, si fa coincidere il lungo ’68 italiano col decennio compreso fra il 1968 e il 1977, in realtà è durato molto più a lungo e con esso non si è ancora finito di fare i conti. Inoltre, per ’68 qui non s’intende solo la contestazione giovanile ma anche le lotte per la rivendicazione dei diritti da parte dei lavoratori, la conseguente strategia della tensione e quindi banche e stazioni che saltavano per aria, omicidi, rapimenti, guerriglia urbana, manifestazioni e, in mezzo, la vita quotidiana dei cittadini e delle famiglie italiane, che spesso apprendevano tutto ciò dai telegiornali. Fu anche un periodo culturalmente effervescente, che vide la nascita di tante riviste, festival letterari, musicali e cinematografici, e la conquista di importanti diritti in diversi campi (divorzio, emancipazione delle donne, Statuto dei lavoratori, solo per citarne alcuni): nel bene o nel male, insomma, un periodo di ideali, che stride non poco con gli anni più disimpegnati che seguirono. Non vi chiedo un giudizio, semmai una testimonianza. Grazie e un caro saluto a tutti.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 5 Giorni fa #9181

  • A.A.
  • Avatar di A.A.
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 57
  • Ringraziamenti ricevuti 11
  • Karma: 0
Esiste un genius loci ma esiste anche un genius saeculi ed entrambi sono molto difficili (per non dire quasi impossibili) da descrivere a chi non ne ha avuto una conoscenza diretta e profonda. Inoltre è, secondo me, assolutamente impossibile scindere la testimonianza dal giudizio, la testimonianza è infatti in sé già un giudizio (e il giudizio è soggettivo). C'è, per esempio, un bellissimo film di Kurosawa (Rashomon) che parla proprio di testimonianze e dell'impossibilità di una testimonianza oggettiva.

Non stimo nel modo più assoluto l'autore del libro citato e a me quegli anni non sono sembrati poi così formidabili se devo considerarli nel significato pseudorivoluzionario che il 68 ha portato con sé, era però certo un tempo diverso da quello di oggi con pregi specifici e difetti specifici ma un tempo che, sicuramente, non era certo fatto solo da coloro che il 68 (inteso come pseudorivoluzione) hanno fatto.

Mi sembrava, comunque, che ci fosse, in quegli anni, speranza, tensione ideale, che ci fosse la fondata convinzione che le cose potessero migliorare (e miglioravano realmente), si poteva, pensando al futuro, ipotizzare realisticamente un miglioramento costante della propria condizione (anche economica). C'era un mondo che si muoveva, andava avanti, non era, come oggi, un loop che si ripete all'infinito. Nella società c'erano minori disparità, i ricchi erano un po' meno oscenamente ricchi (e riuscivano persino a vergognarsi un po' della loro ricchezza), i poveri potevano sperare di migliorare la loro condizione e, soprattutto, c'era una classe media ben solida. Eppure pur essendo un mondo generalmente più ricco era anche un mondo molto meno ossessionato dal danaro rispetto al mondo di oggi. I soldi non erano il perno su cui tutto girava, esisteva ancora un primato della politica, non era tutto determinato solo ed esclusivamente dal "mercato". C'era anche molta più creatività, molta più cultura. Per fare un esempio (e parlo, non a caso, proprio di una dimensione di massa, non certo di élite)...nel 1975 in televisione (esisteva solo la RAI), in prima serata, si riusciva persino a trasmettere uno sfolgorante Orlando furioso con la regia di Ronconi, recitato, tutto in ottave, da straordinari attori, girato, tutto in interni, con cavalli di legno, macchine teatrali, per ben cinque puntate. E bisogna anche dire che, all'epoca, la televisione veniva persino profondamente disprezzata dai " colti", veniva considerata troppo borghese, troppo popolare, troppo superficiale. E non era poi, in fondo, una così strana eccezione quello sceneggiato, gli sceneggiati, all'epoca, erano infatti, come minimo, quasi sempre tratti da Tolstoj, Dostoevskij, Thackeray, Dickens, Cronin, ecc., avevano sceneggiature accurate, dettagliate, duravano per moltissime puntate ed erano recitati dal meglio del teatro italiano. Il teatro stesso era presente in televisione in prima serata (Pirandello, Ibsen, Goldoni, Čechov, ecc.).Persino gli spettacoli "leggeri" avevano un altro livello, per esempio, uno show di successo come Milleluci era di una raffinatezza, di un'eleganza, di una cultura, era realizzato con una tale cura che oggi sarebbe impensabile. Anche la musica pop, quella di largo consumo, era incredibilmente creativa, valida e prolifica. Il cinema pure. In televisione, poi, all'epoca, non si urlava mai, non c'erano mai risse,persino i dibattiti politici erano moderati, condotti sempre in punta di fioretto. Il consumismo era poi decisamente meno becero, meno volgare, meno sfacciato, anche se esisteva ancora una cosa oggi scomparsa insieme a qualsiasi cambiamento : la moda. Quello che non mi piaceva di quegli anni era la violenza ideologica (e non è certo un caso che sia poi sfociata in violenza concreta), era impossibile infatti, in certi ambienti, dissentire, criticare, controbattere, esisteva solo un pensiero unico. Certo anche oggi viviamo in un pensiero unico ma il pensiero unico di oggi è sostanzialmente economico, si parla infatti oggi dell'economia come se fosse la pioggia che cade dal cielo, come qualcosa a cui tutto deve piegarsi, adattarsi, sottomettersi. All'epoca invece il pensiero unico era la rivoluzione, una rivoluzione totale, radicale e obbligatoria che veniva spacciata per certa, inevitabile, sicura, come cosa che non poteva non avvenire e non avvenire totalmente e all'interno di una ben determinata e precisa ideologia, le mezze misure, gli equilibri, i distinguo, la prudenza, la saggezza, l'analisi, la ragione, il buon senso erano proprio eresie in quegli anni, persino una riforma, seppur positiva, veniva aspramente criticata e rifiutata, si voleva solo l'infantile e capriccioso tutto e subito di bambini mai cresciuti che non vogliono mai essere contraddetti e ostacolati. Al liceo, all'università era una continua assemblea in cui i vari capi e capetti continuavano incessantemente a ripetere sempre gli stessi incontestabili discorsi, gli stessi incontestabili slogan, era una continua manifestazione, un continuo sciopero, una continua occupazione. Mi dava anche molto fastidio, in quegli anni, la finta povertà di tanti, questa cosa può sembrare oggi incomprensibile ma all'epoca i ricchi si travestivano proprio da poveri, i ricchi figli di papà giocavano infatti a fare i poveri e i rivoluzionari. Altra cosa che mi dava fastidio era l'esaltazione della droga, all'epoca, in certi ambienti, si riteneva quasi obbligatorio drogarsi e se non lo volevi fare eri solo un vigliacco e uno schifoso borghese. Erano proprio molto sgradevoli moltissimi giovani dell'epoca (e invecchiando sono riusciti a diventarlo ancora di più), visto che erano proprio convinti di essere, proprio antropologicamente, totalmente diversi e infinitamente migliori dalle generazioni precedenti, più intelligenti, superiori, toccati, non si sa bene per quale strana ragione, da una "grazia" che li rendeva irrimediabilmente diversi , erano così sicurissimi di essere capaci di cambiare totalmente il mondo, la società, di rigirare mondo, società come un calzino e si lanciavano in proclami incredibilmente roboanti, e sempre totalmente indiscutibili, in cui teorizzavano e preconizzavano la distruzione di tutto e la rifondazione dell'intero universo…alcuni di loro sono poi arrivati persino ad uccidere seguendo quel delirio ideologico...salvo però "pentirsi" dieci secondi dopo essere stati catturati.

Saluti a lei.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 4 Giorni fa #9185

  • ParisTexas
  • Avatar di ParisTexas
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 42
  • Ringraziamenti ricevuti 21
  • Karma: 3
Buonasera, sig. A.A.
La citazione del film di Kurosawa che ha fatto è interessante, in quanto ci rammenta la lezione del grande regista giapponese, che mai si stancò di denunciare l’umana brama di potere e mai volle distogliere il suo sguardo dai tragici eventi della Storia, neppure quando la verità era, appunto, incerta od opinabile. E, d’altra parte, c’è chi ha sostenuto, Adorno mi pare, che la ragione stessa non è neutrale, in quanto in grado di concepire argomentazioni valide a sostegno di qualsiasi causa, anche la più apparentemente indifendibile. Con simili premesse, la ringrazio per il suo esaustivo intervento, nel corso del quale lei ha preso una posizione nettamente critica, mi corregga se sto mal interpretando il suo pensiero o se lo sto riassumendo impropriamente, verso certa verbosa ideologia sessantottina e nei confronti di alcuni cattivi maestri che mal predicavano e ancor peggio razzolavano, magari mischiandosi “en travesti” fra le classi meno abbienti (ma già all’indomani dei fatti di Valle Giulia, Pasolini spiegò benissimo chi, fra gli studenti e i poliziotti, fossero i veri proletari). Di contro, io le posso assicurare che ho conosciuto persone che hanno aderito in perfetta buonafede a quegli ideali, e mai da essi si sono discostati, né ne hanno ricavato dei vantaggi personali. Restando nell’aneddotica, così come era nelle intenzioni di questo topic, ho conosciuto alcune persone che, in fede a ideali maturati proprio in quel periodo storico oggetto della nostra discussione, nei difficili anni ’70 hanno ospitato e aiutato in tutti i modi (anche economicamente) persone fuggite dalle dittature sudamericane, ricavandone nessun beneficio personale ma imperitura amicizia da parte degli esuli. Tanti altri casi si potrebbero riportare, sia pro che contro, in parte per quello che dicevamo prima, ovvero la soggettività di certi giudizi, in parte perché, spero che sia d’accordo con me, è sempre meglio non generalizzare e, infine, anche perché innegabilmente ogni moneta ha il suo rovescio. Mi associo al suo sdegno per le azioni criminose compiute in nome di deliranti ideologie (quale passo importante per la causa del proletariato potesse rappresentare l’uccisione di un mite riformista o di un poliziotto, per me resta incomprensibile), però vorrei aggiungere, non certo a difesa di simili atroci crimini ma solo per onestà intellettuale e completezza storica, che il terrorismo di quegli anni è anche figlio di altrettante azioni terroristiche dalle quali le istituzioni che avrebbero dovuto prevenirle non sono state ritenute del tutto estranee (Piazza Fontana e il fallito golpe Borghese, solo per citare i primi due casi che mi vengono in mente).
Detto questo, lei, ed è del tutto condivisibile, salva parecchio di quel periodo storico e mi trova d’accordo con lei quando afferma che in quell’epoca c’erano più cultura, più creatività e, sostanzialmente, più aspettative per il futuro. C’era senz’altro più rispetto ed educazione, inoltre ci si vergognava a tenere certi riprovevoli comportamenti che erano oggetto di biasimo comune, invece tranquillamente digeriti, assimilati ed emulati al giorno d’oggi. A questo punto, però, la questione si sposterebbe verso un argomento parimenti interessante: perché, sotto certi aspetti, ci siamo ridotti così? Perché, come fa notare lei, il pensiero unico, pur rimanendo granitico, da ideologico è diventato economico? Possibile che, crollate certe ingombranti ideologie, sia rimasto solo l’adorazione per il vitello d’oro, l’ansia del “fare soldi, per fare soldi, per fare soldi” (incipit di un famoso articolo di Giorgio Bocca)? Quando è iniziato ad accadere che una famiglia riunita, in prima serata, davanti al televisore per vedere uno sceneggiato tratto da Cechov si sia trasformata in persone che, in stanze diverse, chi tramite tablet, chi attraverso lo smartphone, guarda programmi culinari? L’involuzione culturale è evidente, quanto essa sia generalmente sentita come un problema che debba essere corretto non è però altrettanto chiaro. Va da sé, che un simile contesto abbia generato una classe dirigente e politica che (non) ci meritiamo e che, volutamente generalizzando, ben ci rappresenta.
Un cordiale saluto.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 3 Giorni fa #9196

  • A.A.
  • Avatar di A.A.
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 57
  • Ringraziamenti ricevuti 11
  • Karma: 0
Buongiorno signor ParisTexas,
io penso che a questo mondo per ogni cosa vera esiste il suo duplicato falso, può poi non essere facile distinguere il vero dal falso perché per riconoscere il vero dobbiamo, prima di tutto, essere in grado, dentro di noi, di sopportarla la verità, perché la verità può anche essere schiacciante, spietata, sgradevole, angosciante, inquietante , per evitarla quindi è molto facile che gli esseri umani tendano spesso a mentire a sé stessi e, di conseguenza, a diventare incapaci di distinguere il vero dal falso. Ognuno di noi guarda il mondo dal suo punto di vista e il suo punto di vista è determinato dal gusto personale, la stessa, identica cosa può infatti essere attraente per il signor X e repulsiva per il signor Y, e il gusto determinerà, consequenzialmente, anche la valutazione della cosa stessa, se attraente sarà infatti preziosa, se repulsiva sarà spregevole, tutto ciò è inevitabile e soggettivo. Il gusto però non è controllato dalla ragione e dalla volontà, il gusto viene prima di ragione e volontà. La ragione invece non appartiene a nessuno, non è legata né al gusto né alla soggettività, certo deve essere però una ragione autentica perché può esistere anche una falsa ragione apparentemente identica alla prima. Le armi della ragione possono infatti essere duplicate, possono essere usate in modo improprio, perverso, fittizio, falsa ragione e vera ragione possono quindi diventare un gioco di specchi apparentemente irrisolvibile. Come se ne esce ? Non c'è una formula perché la soluzione (in realtà semplicissima e banalissima) sta solo in una spietata onestà intellettiva del soggetto stesso, se il soggetto questa spietata onestà intellettiva non ha il gioco di specchi si può protrarre all'infinito. Se infatti l'ego è più forte della ragione non accetterà mai di sottomettersi alla ragione stessa ma invece è proprio nella totale sottomissione dell'ego alla ragione che vince la vera ragione.
Nel mio precedente intervento ho solo detto che a me la pseudorivoluzione del 68 e i suoi protagonisti non sono piaciuti per niente. Loro però, ovviamente, si vedranno invece come meravigliosi, straordinari, fantastici e considereranno il loro agire importante, prezioso...formidabile...questione di gusti. L'unico dato assolutamente oggettivo ed inconfutabile è che c'è una discrepanza incolmabile fra i proclami che, all'epoca, questi signori facevano e i "risultati" ottenuti. Personalmente a me non piace per niente, e non stimo per niente, chi parla a vanvera ma anche questo discorso può essere rigirato in base ai gusti. Io, infatti, potrei non piacere per niente a questi signori, potrei persino inorridirli, è ovvio, e quello che io detesto, quello che io non stimo, potrebbe essere invece rivendicato da loro come cosa estremamente positiva e meravigliosa. C'è sempre un modo di rigirare la frittata se si vuole e se non si ha onestà intellettiva.
Sicuramente non voglio minimamente generalizzare, del resto le persone che non mi piacevano e che non mi piacciono erano e sono miei coetanei, se mi inorridisse quindi in blocco un'intera generazione dovrei inorridire anche di me, è ovvio che non è così, che non c'era, neanche all'epoca, omogeneità e univocità ma il 68 è stato però segnato da certe persone non da altre, non l'ho certo segnato io, per esempio. E non l'ha certo segnato un atteggiamento solidale a cui lei fa riferimento.
Secondo me per capire perché ci siamo ridotti così dovremmo guardare proprio ai protagonisti del 68, a quello che all'epoca dicevano e a quello che dicono oggi, a quello che all'epoca facevano e a quello che fanno oggi. Questi signori, oggi, dove sono, cosa fanno ? I più furbi, i più prepotenti, i più arroganti, i più falsi, infatti, come qualcuno all'epoca aveva già giustamente predetto, sono oggi tutti "notai". La velleitaria, falsa, arrogante, presuntuosa pseudorivoluzione del 68 si è inserita in una società che avrà anche avuto i suoi difetti (niente e nessuno mai è senza difetti) ma che aveva anche degli enormi pregi ma quella società era proprio quella costruita dai padri contro cui invece la cieca, ottusa, totale furia distruttiva dei figli si indirizzava. I figli, una volta diventati padri, però si sono rivelati infinitamente peggiori, infinitamente più squallidi, miseri, volgari, inconsistenti rispetto ai padri che contestavano, hanno creato un mondo infinitamente più squallido. L'origine di tutto è in quella fittizia, folle, delirante antitesi fra un volere tutto e subito, fra una rivoluzione che doveva necessariamente e categoricamente distruggere tutto e rifondare l'intero universo e una società con dei difetti ma sostanzialmente positiva. Se quei giovani fossero state persone serie, oneste, costruttive, mature, di valore, raffinate, sensate si sarebbero comportate ben diversamente da come si sono comportate all'epoca e si sarebbero comportate ben diversamente poi e, consequenzialmente, oggi vivremmo in un mondo ancora migliore rispetto a quello di ieri, viviamo invece in un mondo peggiore perché peggiore è, in generale, la generazione che l'ha determinato, dominata come era da un atteggiamento da Sansone che muore insieme a tutti i Filistei, prima piena di rancore, di rabbia per non poter realizzare i propri infantili e insensati capricci e poi compiaciuta nel fare il bambino risentito verso il mondo (e la radice di un comportamento e dell'altro è assolutamente identica e deriva dalla stessa identica natura, dalla stessa identica arroganza, dalla stessa identica, cieca, presunzione). La società, la cultura, la storia la fanno sempre gli uomini, nessun altro, è sempre il valore degli uomini che determina il valore della società, della cultura. Io sono d'accordo con chi vede proprio nella pseudorivoluzione del 68 i prodromi di quel capitalismo sfrenato, di quel consumismo sfrenato, di quell'individualismo sfrenato, di quel deserto orrido e sguaiato in cui oggi viviamo. C'è infatti un grande inganno alla base, non è stato il 68 a generare cultura, civiltà, educazione, raffinatezza ma la società, la cultura precedente che ancora viveva e si manifestava nel 68, quello è stato una sorta di canto del cigno di quel mondo. Il 68 ha saputo invece solo distruggere, poi la strada è sempre stata in discesa, verso il peggio, e le nuove generazioni non hanno avuto, e non hanno, né la forza né la capacità di invertire il percorso.
Saluti e grazie a lei.
Ultima modifica: 3 Settimane 3 Giorni fa da A.A.. Motivo: Correzioni.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 3 Giorni fa #9198

  • ParisTexas
  • Avatar di ParisTexas
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 42
  • Ringraziamenti ricevuti 21
  • Karma: 3
Buonasera, sig. A.A.
Mi chiedo se la generazione del ’68 abbia davvero avuto, nei decenni seguenti, tutta quella nefasta influenza cui lei fa cenno. La questione resta aperta, anche perché lei non è l'unico a pensarla così. A mio avviso, al contrario di tante buone idee che fortunatamente furono recepite, le ideologie del ’68 sono state sconfitte, non sono passate e il sistema ha tenuto, così come per nostra buona sorte ha tenuto di fronte alla minaccia terroristica. Certo, alcune ideologie hanno attecchito e fatto considerevoli danni, penso ad esempio alla scuola italiana nel suo complesso, dalle elementari all’università. Poi ci sarebbe, come dice lei, la visione distruttiva, prettamente leninista, verso tutto ciò che si era costruito prima; in questo caso però, io sono dell’opinione che il tentativo non è riuscito appieno alla generazione del ’68, l’impalcatura ha retto ancora per numerosi anni finché non sono arrivati anche altri protagonisti a dare una mano. Perché se è condivisibile, come afferma lei, che la storia la fanno gli uomini, è anche necessario specificare che quelli che ne cambiano il corso, solitamente, non sono gli sconfitti ma i vincitori.
Prendiamo ad esempio il caso di due leader indiscussi del ’68: Adriano Sofri e Mario Capanna. Per il secondo lei non prova nessuna stima, al primo io invece riconosco coerenza e onestà intellettuale, sebbene non condivida per nulla la violenza ideologica espressa dal suo movimento politico e dal giornale che ne fu il megafono nei primissimi anni ’70. Nessuno dei due, mi sembra, ha raggiunto ruoli apicali tali da aver potuto condizionare, l’uno la cultura, l’altro la politica del nostro Paese. Piuttosto, sarei portato a credere che in entrambi i campi abbiano notevolmente influito personaggi avulsi allo spirito sessantottino e, per par condicio, cito a titolo d’esempio due nomi di campo avverso (ma non troppo): Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Soprattutto il primo dei due, tralasciando volutamente la sua ventennale esperienza politica in quanto argomento molto divisivo, mi sembra che abbia contribuito non poco ad abbattere quell’impianto culturale cui si faceva cenno. Se vado con la memoria a quel periodo, gli inizi degli anni ’80, trovo che la cultura, nonostante il lungo decennio che si era appena lasciata alle spalle, fosse ancora del livello da lei descritto con rimpianto, mentre proprio nei fatidici anni del cosiddetto “riflusso” ha inizio quella decadenza culturale che diventerà prima inarrestabile, poi fragorosa, infine accettata supinamente come fatto compiuto.
Di contro, è verissimo che tanti entusiasti partecipanti agli ideali del ’68 si siano installati in ruoli di potere e che, per ottenerlo, si siano dimostrati campioni di trasformismo (vizio atavico in questo Paese, ahinoi), però anche in questo caso la ragione non è ben chiara e potrebbe sorgere il dubbio: si sono accaparrati il potere, oppure dal potere sono stati fagocitati? In sostanza, chi ha condizionato chi?
È anche vero che il ’68 contribuì ad accelerare la fine di tante certezze che erano già entrate in crisi ben prima di quel periodo, così come l’incapacità del sistema di dare rapide risposte a certe giustificate richieste fece sì che in Italia la contestazione durasse un decennio, a differenza che in Francia dove bastò una buona riforma dell’università per superare il “maggio francese”.
Sono sempre più propenso a credere che quella società precedente al ’68, che poteva magari apparire migliore nella sua componente culturale, in realtà nascondesse fondamenta corrotte proprio nella sua componente più iniqua, ovvero quella economica e della distribuzione della ricchezza (e non mi sembra che oggi le cose vadano meglio). Non bisogna dimenticare, infatti, che quel periodo incluse anche fortissime agitazioni dei lavoratori che non rivendicavano tanto le tesi marxiste, quanto condizioni di vita migliori tout court. E sarà proprio contro queste ultime, evidentemente ritenute ben più pericolose delle agitazioni studentesche, che si abbatterà la reazione del sistema.
Mi trova d’accordo con lei nel momento in cui afferma che per sostenere la causa della ragione è necessario fare in modo che l’ego non abbia il sopravvento sull’onestà intellettuale. Di più, sono convinto che sia un proposito cui lei si attiene (o cerca di raggiungere) da tempo, e questo mi fa piacere per due motivi: il primo perché soddisfa una mia pregiudiziale inerente il dialogo, l’onestà intellettuale, appunto, piuttosto che il mero desiderio di veder trionfare le proprie idee (la soddisfazione dell’ego), il secondo motivo, dicevo, è il sollievo di non veder sprecata sull’altare dell’onanismo intellettuale una raffinata intelligenza come la sua. Aggiungo che, pur avendo raccolto altre testimonianze dirette con giudizi di senso opposto ai suoi*, ritengo le sue osservazioni molto importanti per me, proprio perché provenienti da fonte diretta di cui riconosco l’onestà intellettuale e, quindi, indipendentemente dal fatto che io le condivida o meno, non ne posso mettere in discussione la sostanza. Ammetto che sarebbe per me utile sapere, grosso modo, l’area geografica in cui lei ha fatto la sua esperienza diretta di quel periodo, e non per una curiosità pettegola ma, piuttosto, perché chi s’interessa di queste cose sa bene che ogni “piazza” ha avuto la sua peculiarità. Ma su questo punto non vorrei apparire indiscreto. Ora torno al mio “otium”, fatto di musica (classica, lirica e jazz) e di letture, ottime bibite per lenire il disgusto causato dalla masochistica lettura dei quotidiani (ricorre anche lei a simili bevande, oppure ormai è in grado di digerire qualsiasi cosa?)
Non mi resta che ringraziarla per la piacevole conversazione e augurarle una buona fine di settimana.

*ma anche molte che invece convalidano la sua tesi, valga per tutte l’intervista rilasciata qualche anno fa dalla storica bizantinista Silvia Ronchey a Claudio Sabelli Fioretti (La Stampa), forse ancora rintracciabile in rete.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 2 Giorni fa #9199

  • A.A.
  • Avatar di A.A.
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 57
  • Ringraziamenti ricevuti 11
  • Karma: 0
Buongiorno signor ParisTexas,
c'è sempre un modo di vincere e un modo di perdere, non c'è solo e semplicemente il vincere e il perdere, ma non solo questo, c'è anche, prima, un modo di voler vincere. Chi ha fatto il 68 come voleva vincere ? Come si è comportato nella sconfitta ? Sono queste le domande fondamentali per capire di chi stiamo parlando, di quale natura avevano e hanno. Erano, nel momento in cui volevano vincere, capaci di un'analisi accurata e lucida, di una valutazione realistica delle loro forze, delle valutazione realistica delle forze altrui, dei limiti intrinseci della condizione umana ? O volevano superare tutto con un infantile, arrogante, ottuso, narcisistico, prepotente, presuntuoso, irrazionale attivismo ? Erano, nel momento della sconfitta, capaci di autocritica, di riconoscere i propri limiti e le proprie colpe o continuavano imperterriti a vedersi come "formidabili" e a scaricare tutta la colpa sui cattivoni che li avevano fermati ? Nella difficile sconfitta, secondo me, gli uomini manifestano la loro natura ancor di più e ancor meglio che non nella facile vittoria, e i seri, i rigorosi, i severi arrivano, nella sconfitta, anche a fare harakiri...se sono veramente e profondamente seri. E più hai alzato la posta in gioco quando cercavi di vincere più, se sei serio, sei moralmente tenuto al harakiri (e quelli che hanno fatto il 68 avevano alzato la posta a livelli megagalattici, assurdi, folli). C'è chi invece non solo non fa harakiri (non ci pensa proprio vista la natura) ma si adatta invece in modo camaleontico alla sconfitta, sfrutta egoisticamente e opportunisticamente la sconfitta e si fa gli affaracci suoi, tenendosi ben stretti i denari che riesce ad accaparrarsi, quegli stessi denari che prima fingeva di disprezzare e che erano l'orrore che bisognava assolutamente estirpare dal mondo. Chi, sconfitto, continua imperterrito e con aria perennemente risentita a voler dare sempre lezioncine agli altri, a vedersi sempre come "formidabile", a sentirsi irrimediabilmente "superiore" a quei rozzi, incivili, ignoranti, volgari cafoni che non hanno avuto la cortesia di farlo vincere. Personalmente io di coerenza e onestà intellettuale non ne vedo minimamente proprio neanche all'orizzonte fra certa gente, al loro posto io avrei infatti fatto harakiri, o mi sarei trasferito a fare il monaco in Tibet e comunque non oserei più parlare e farmi vedere. In tutto ciò non è possibile poi distinguere chiaramente i vincitori dai vinti, come lei vorrebbe fare, ci vorrebbe, appunto, coerenza, onestà intellettiva, rigore, serietà da parte dei vinti perché tale distinzione fosse chiara, se invece ti trovi di fronte dei camaleontici buffoni, aggressivi, arroganti, furbi, opportunisti, abili nell'intrufolarsi dove conviene, straordinariamente abili a farsi gli affaracci loro, i presunti vinti diventano, in realtà, effettivi vincitori, non vince certo necessariamente il migliore, può anche vincere il più furbo, il più squallido, il più disonesto, la peggiore melma. E così come avviene nella sconfitta anche nella vittoria si può vincere in tanti modi diversi e con vittorie totalmente diverse, dipende sempre da chi vince, da come vince, da cosa vince. Inoltre, per quanto mi riguarda, mi rifiuto categoricamente di cercare qualsivoglia giustificazione o scusante a degli adulti, ognuno è responsabile, interamente, di quello che ha fatto e detto. Non bisogna poi neanche dimenticare che il 68 non ha riguardato certo solo l'Italia ma ha riguardato l'intero occidente, certo, ha avuto declinazioni specifiche nelle varie nazioni ma è stato qualcosa che ha percorso comunque l'intero occidente. Non si può quindi leggerlo solo in chiave nazionale. E che, in fondo, quelli che hanno fatto il 68 oltre al tornaconto personale una "vittoria" l'hanno ottenuta: sono riusciti ad aprire una breccia nel mondo preesistente, cosa poi si sia intrufolato attraverso quella breccia potrebbe non essere loro diretta responsabilità, la loro responsabilità è però averla aperta la breccia, e la loro responsabilità è infinitamente più grave proprio perché viene dalla parte "intellettiva" della società che dovrebbe costituire invece un argine e una difesa. Fare quindi il discorso che fa lei su chi è arrivato e dove è arrivato è, secondo me, improprio perché il disastro totale è proprio quello dell'intellighenzia. Sarebbe come evidenziare che una determinata causa non è stata capace di produrre danni a cuore, fegato, polmoni o a qualsiasi altro organo vitale e non accorgersi però che ha distrutto il sistema immunitario...si muore lo stesso , può esserne sicuro. C'è una teoria che io trovo estremamente affascinante che riguarda il perché i dinosauri si sono estinti, secondo questa teoria i dinosauri si sono estinti a causa di un disequilibrio evolutivo, si sono cioè evoluti diventando sempre più grandi, sempre più forti, sempre più potenti ma rimanendo però rettili con cervelli da gallina, questo, alla fine, gli è stato fatale, perché le varie componenti di un essere devono essere in equilibrio, quindi tanto più diventi grande, tanto più diventi forte tanto più deve diventare grande e forte il tuo cervello. Qualcuno ha anche associato questa teoria al genere umano e a questo nostro tempo specifico, possiamo noi umani diventare sempre più grandi, sempre più potenti, possiamo noi costruire società sempre più complesse ed evolute ma rimanere però istintivamente, emotivamente, a livello di pulsioni identici ai nostri progenitori delle caverne ? O questo disequilibrio finirà invece per esserci fatale ? Forse il 68 era proprio inevitabile e la generazione che l'ha fatto era, in un certo senso, proprio "geneticamente programmata" per farlo. Una generazione di bambini arroganti, prepotenti, viziati cresciuti nel benessere, nel consumismo che finisce per sputare nel piatto dove mangia. Forse il 68 ha rappresentato una inevitabile crisi, un venire al pettine di certi nodi, e non è un caso, probabilmente, che si sia manifestato proprio in una società sempre più evoluta, ricca, pacifica, che sembrava nel pieno del suo splendore e della sua crescita.
Gli antichi Greci (che la sapevano lunga) facevano nascere Atena direttamente dalla mente di Zeus (e Atena nasceva già adulta e armata). Era una dea bellissima, vergine, con gli occhi color del mare ma anche una dea guerriera, la sua guerra era però ben diversa da quella di Ares, era, infatti, la sua, una guerra giusta, lucida, intelligente. Atena era anche la dea della saggezza, della ragione. Io penso che c'è sempre, nella natura stessa della ragione, un'indole guerriera, una tensione aggressiva, non può essere altrimenti, per questo rigettavo l'antitesi fra dialogo e polemica. Il discrimine non può mai essere l'aggressività in sé ma il suo fine, la sua natura e su quello che bisogna fare un chiaro distinguo. L'ego infatti si sposa benissimo con l'aggressività di Ares ma è inconciliabile con l'aggressività di Atena, però Ares e Atena sono entrambi aggressivi.
C'è però , secondo me, una implicita contraddizione logica in alcune sue parole, se, a suo cortese avviso, io sono onesto intellettivamente, se, a suo cortese avviso, io ho una "raffinata intelligenza" come può essere poi indifferente per lei condividere o meno le mie parole ? Come può metterle sullo stesso identico piano di parole addirittura opposte ? A prescindere che sarei molto curioso di conoscere in cosa esattamente sono opposte alle mie queste parole altrui, se le mie considerazioni sono comunque errate tanto onesto intellettivamente non devo proprio essere e, tanto meno, dotato di "raffinata intelligenza", le pare ? È un aut aut. Se infatti A è uguale a B e B è uguale a C, A è uguale a C, e questo non lo dico io, lo dice la logica, quindi o si dice che il sillogismo è errato (e se ne spiega l'errore) o ci si sottomette alla logica (non a me). Che poi i gusti delle persone siano diversi l'ho già evidenziato e sui gusti, ovviamente, non si discute ma una cosa è il gusto e tutt'altro il dato oggettivo. Se io dico, per esempio, che c'è una discrepanza incolmabile, mostruosa fra i proclami dell'epoca e i "risultati" ottenuti sto facendo una considerazione oggettiva, non sto esprimendo un mio gusto, come si possono dire allora parole opposte su questo ? Se io dico che l'incoerenza, la mancanza di serietà, di rigore non possono essere mai visti come virtù (come alcuni vorrebbero fare), sto dicendo ancora qualcosa di oggettivo perché altrimenti dovremmo cancellare proprio la parola virtù dal vocabolario o essere disposti a considerare anche la violenza, la sopraffazione, l'inganno, il furto, ecc. come virtù a secondo dei gusti soggettivi e del tornaconto personale
In privato non avrei, ovviamente, nessun problema a rispondere ad ogni sua domanda ma in pubblico, spero mi perdonerà, non sono disposto a dire molto della mia vita privata. L'unica cosa che le voglio dire qui è quindi che ho vissuto quell'epoca in una delle più grandi città del meridione. Vorrei comunque sottolineare che io il 68 (e gli anni successivi) non l'ho proprio fatto, tutta la mia "partecipazione"si è limitata a fallimentari interventi nelle assemblee studentesche e poi mi sono, ovviamente, ritrovato a frequentare certe persone in occasioni sociali, tutto qui. Questo non mi impediva (e non mi impedisce) però di osservare, di pensare e di trarre conclusioni dai miei pensieri.
Personalmente non conosco nessun tipo di bevanda capace di "addolcire" la visione della realtà e non penso neanche di essere masochista a guardarla questa realtà, il masochismo è infatti il piacere ricavato dalla sopraffazione, dall'umiliazione, ma se il piacere non c'è dove è allora il masochismo ? Vivo in questa realtà, sono quindi costretto a guardarla, anche perché non guardarla sarebbe molto pericoloso. Dovrei essere in grado di trasferirmi in un'altra dimensione per evitarlo ma, a tutt'oggi, non sono ancora capace di un simile trasferimento.
Grazie a lei e buona domenica.
Ultima modifica: 3 Settimane 2 Giorni fa da A.A.. Motivo: Correzioni.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 13 Ore fa #9206

  • ParisTexas
  • Avatar di ParisTexas
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 42
  • Ringraziamenti ricevuti 21
  • Karma: 3
Buonasera, sig. A.A.
Innanzitutto voglia scusarmi se le rispondo solo ora ma, nei giorni feriali della settimana, gli impegni lavorativi mi sottraggono buona parte del tempo libero.
Alcune sue osservazioni non sono in discussione, quando lei afferma che c’è una discrepanza notevole fra i proclami dell’epoca e i risultati raggiunti sta facendo un’affermazione, a mio avviso, condivisibile. Anche perché, implicitamente, lei non nega che alcuni risultati sono stati effettivamente raggiunti. Poi, come lei ben sa, la Storia sfugge a quasi tutti i presupposti logici e si presta invece all’interpretazione, allo studio, alla continua ricerca e revisione, essendo essa non un evento “dimostrato” ma “mostrato”, ovvero una narrazione degli eventi, non il risultato di una teoria.
Per il resto, abbiamo semplicemente un approccio diverso alla questione: lei associa, mi sembra, la “raffinata intelligenza” e l’onestà intellettuale esclusivamente alla ragione (o meglio, essere dalla parte della ragione), mentre io sono disposto a riconoscere entrambe queste qualità in presenza della soggettiva convinzione di essere dalla parte della ragione, mentre disprezzerei assolutamente, qualora dovessi accorgermene, chi non credesse di essere dalla parte della ragione ma volesse darla a intendere agli altri. Inoltre, io potrei non essere d’accordo con lei e stimare comunque la sua intelligenza, la sua onestà, la sua cultura e capacità espositiva. Una cosa non esclude l’altra. Per questo, nel mio modo di vedere le cose, si concilia benissimo il prestare attenzione a due narrazioni per certi versi opposte, senza per questo dovermi ergere a giudice validandone una delle due. Raggiungere la verità in campo storico, ammesso che sia mai possibile, è un percorso lungo. Io non me la sento proprio di dare del bugiardo a lei, che con tutta evidenza ha fatto un’esperienza pessima in quegli anni, come non me la sento di considerare alla stregua di impostori quelle persone che, di contro, ispirate dagli stessi ideali dell’epoca, si sono dimostrate coerentemente solidali col prossimo e, quindi, di quegli anni conservano un ricordo migliore (per alcuni è stato, proprio in virtù di quegli ideali, il miglior periodo della loro vita: ecco cosa intendevo per visione opposta alla sua). Lei ha fatto osservare, giustamente, che queste persone, cui anche lei appartiene, non sono quelle che hanno avuto incidenza su quell’epoca storica ma, guarda caso, sono quelle che a me interessano maggiormente in quanto le considero più imparziali, più disposte, magari, a rivedere col tempo certe loro posizioni, oppure a riconsiderarle con maggiore obiettività o avere la dignità di riconfermarle in toto; gesti d’umiltà e onestà intellettuale cui i leader sono meno disposti a lasciarsi andare. A me preme, e da qui la mia iniziale richiesta alla forma aneddotica, finché ci sono testimoni raccogliere informazioni. Poi certo, alla fine, trarrò anch’io le mie conclusioni, ma le basti sapere che, nel corso degli anni, è stato proprio dialogare con la gente comune che è stata testimone di quell’epoca che mi ha permesso di mettere in discussione alcune mie iniziali premesse da me all’epoca presuntuosamente ritenute quasi apodittiche. Ed è per questo che l’ho ringraziata per il suo contributo e la considero persona onesta intellettualmente: che alla fine, noi due, ci si ritrovi, magari, su legittime ma opposte sponde politiche non sarebbe per me un dramma. Anzi. Sarebbe la testimonianza che certi atteggiamenti d’intolleranza dell’epoca, di cui lei stesso è stato vittima e che tuttora resistono, sono oggi superabili con un po’ di buona volontà e intelligenza.

Mi viene un dubbio: siccome dal suo discorso mi sembra di capire che all’intellighenzia del ’68 sia da ascrivere tutto il peggio dei vizi, del malcostume e del malgoverno italiano (io invece ritengo che questi fossero in buona parte già presenti in epoca borbonica e anche molto prima), come mai questi contestatori non li si è sconfitti proprio sul piano intellettuale? Perché non si è dimostrato subito, con la sola forza della ragione, che le loro affermazioni erano delle colossali fanfaronate e i loro leader degli uomini di paglia? Se la società era, tutto sommato, sana e le obiezioni che loro le muovevano erano così prive di fondamento, come mai hanno fatto presa su milioni di giovani? Poi mi sovviene un’altra riflessione: possibile che cinquant’anni fa l’intellighenzia italiana fosse rappresentata da questo manipolo di ventenni contestatori? Possibile che la classe intellettuale, per rigenerarsi, fosse così malridotta da dover attendere simili profeti? Che siano riusciti a penetrare la società come lama calda nel burro e ad occupare indisturbati tutta la scena, senza tema di essere smascherati? Per quel che riguarda la pratica del harakiri o seppuku, aborrendo io la vista del sangue e rallegrandomi del fatto che siamo la patria di Pirandello piuttosto che quella di Mishima, sono contento che i leader sessantottini non vi abbiano fatto ricorso, in questo coerenti con gli illustri esempi della nostra patria storia, dove mai nessuno ha cruentemente pagato di propria mano per le proprie scelte, a partire da chi nell’ora suprema pensò bene di provare a prendere la via della Svizzera, noto paese in cui si scontano duramente le proprie responsabilità politiche. Detto questo, a proposito di quei leader lei si chiede, testuale “Erano, nel momento in cui volevano vincere, capaci di un analisi accurata e lucida, di una valutazione realistica delle loro forze, delle valutazione realistica delle forze altrui, dei limiti intrinseci della condizione umana?” La mia risposta, se vuole la mia opinione, è no. E, sostanzialmente, per la ragione che erano molto giovani e in virtù di questo si credevano onnipotenti. Non lo dico a loro discolpa, sia chiaro. Semmai, e con questo rispondo al prosieguo del suo ragionamento, ritengo ancor più grave che non si siano posti in discussione, se non l’hanno fatto, in epoca successiva.

Premetto che so davvero poco di teogonia, ciò nonostante penso di essere riuscito ad apprezzare quanto mi ha fatto notare circa la differenza di aggressività fra Atena e Ares, applicabile anche al dialogo. Aggiungo che non mi sorprende apprendere che gli antichi Greci attribuissero, seppur sotto forme diverse, aggressività alle proprie divinità: sono stati uno dei popoli più bellicosi della storia e, tranne le parentesi persiane (e anche lì con i dovuti distinguo), se le sono sempre date fra loro di santa ragione. Volenti o nolenti, la nostra civiltà, che tanto deve a quella dei Danai, è ormai da circa due millenni intrisa di Cristianesimo (quando non di Cattolicesimo) e, quindi, è abbastanza comprensibile che l’aggressività non goda una buona reputazione, nonostante tanti (troppi) la pratichino ogni giorno. Comunque, credo di aver capito il suo ragionamento: lei si riferiva all’aggressività come lecita arma della retorica o dialettica, mentre il mio era il ripudio del mero istinto di prevaricazione all’interno di una discussione. Non condanno l’aggressività in sé, seppur non facente parte del mio carattere, la condanno nel momento in cui ha unico fine, o risultato, puramente distruttivo: in un dialogo, lo avrà sicuramente notato, quasi sempre l’aggressività ottiene il risultato che qualcuno, alla fine, se ne va sbattendo la porta, oppure che il tutto degeneri in rissa. Il che non è esattamente il mio obbiettivo quando mi confronto con il prossimo. Inoltre, ritengo che se si è convinti di avere ragione non sia necessario ricorrere all’aggressività per provare a dimostrarlo. Non avrei nessuna difficoltà a riconoscere l’altrui ragione nel momento in cui si riuscisse a dimostrarmela, mentre temo che un aggressivo vivrebbe la cosa come una sconfitta, un’onta, un danno irreparabile alla propria autostima. Ritengo, poi, che molte discussioni possano terminare, senza che ciò sia un dramma, rimanendo i dialoganti sostanzialmente ognuno della propria opinione iniziale. La cosa importante, per me, è che la discussione ci sia stata e che si siano attentamente ascoltate tutte le opinioni. Fin qui il mio punto di vista. Se ho ben compreso il suo, e mi corregga se sbaglio, lei invece tollera l’aggressività, purché questa sia al servizio di un dialogo visto come una sorta di singolar tenzone fra gentiluomini, dove ci si rispetta ma si cerca anche di argomentare vivacemente le proprie opinioni. Se così stanno le cose, ovviamente, la tolleranza verso una certa aggressività deve essere preventivamente accettata da entrambe le parti, altrimenti il rischio che il dialogo s’interrompa prima del tempo, come da me sopra paventato, è davvero concreto.

È perfettamente comprensibile che lei non voglia dire più di tanto in pubblico circa la sua vita privata, anzi la ringrazio per avermi comunque fornito un’indicazione geografica abbastanza circoscritta, che mi permette quantomeno di toglierla, nel mio immaginario, da una piazza in cui l’avevo frettolosamente incasellata, forse fuorviato da quel breve accenno a Mario Capanna.

Un cordiale saluto.
Ultima modifica: 3 Settimane 13 Ore fa da ParisTexas. Motivo: Refuso
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 3 Settimane 1 Ora fa #9208

  • xeniaduemila
  • Avatar di xeniaduemila
  • OFFLINE
  • Fresh Boarder
  • Messaggi: 2
  • Ringraziamenti ricevuti 1
  • Karma: 0
Grazie ParisTexas di aver avviato una discussione che mi sembrerebbe utile che si allargasse.
Avevo 18 anni nel 68: collocare nel tempo una narrazione non è superfluo. Sono grata alla vita di aver vissuto quegli anni anche se non li definire "formidabili" ma intensi e vivi; molti di noi avevano la sensazione di poter prendere in mano la vita e la storia e di potervi imprimere una svolta: riunioni su riunioni, attivismo, letture, musica, discussioni, case piene di amici con cui si prefigurava la realizzazione di utopie. A distanza di tempo a questa sensazione di vitalità si sono aggiunte riflessioni più auto/critiche. Presto agli ideali e alle utopie si sono sovrapposte le ideologie: sistemi lineari di pensiero che hanno impoverito ( e a mio parere impoveriscono ancora) pratiche, pensieri e relazioni. Al centro non c'è l'essere umano e i dispositivi che ne condizionano la vita, ma rappresentazioni totalizzanti che tutto devono incasellare e finalizzare. Valeva solo per i "partitini" e i partiti di allora? No, accadeva anche nei movimenti in cui i leader godevano di un'autorità che spesso non corrispondeva all'autorevolezza ma al logos. Il pensiero critico era visto con insofferenza.
Fin da bambina giocando agli dei dell'Olimpo mi identificavo con Atena, la dea guerriera nata dalla testa di Zeus. In qualche modo credo di essere nata dalla testa e dal desiderio di mio padre, che la pensava in modo opposto al mio, ma fra noi il dialogo, la discussione, lo scontro non si sono mai spenti e non hanno spento, soprattutto, il grande affetto reciproco. Non sono cresciuta con l'idea del diverso come nemico, ma, se onesto, come interlocutore. Chi alle piazze ( alle quali non rinunciavamo di certo) preferiva il lavoro nei quartieri poveri, davanti alle fabbriche o persino davanti alle caserme era costretto al confronto costante con chi non la pensava come noi, o perchè era conservatore o perchè ci vedeva come minaccia ai partiti della sinistra storica. Ma si creavano anche così relazioni, solidarietà, dialoghi, magari molto polemici ma costruttivi. Poi tutto ha preso un'altra strada: sicuramente la violenza delle repressioni e le politiche stragiste hanno generato anche tra noi una violenza che non ho mai condiviso. Non era quella la rivoluzione che volevamo. Che rivoluzione volevamo? Forse non ce lo siamo detti abbastanza, forse ci davamo modelli astratti di 'socialismo'. Anche la critica delle donne alla leadership ha scardinato le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria. Forse leggevamo troppo Marx e Lenin e troppo poco Adorno, Marcuse, Benjamin; troppo presto abbiamo abbandonato la pratica del pensiero critico che aveva sostenuto le prime assemblee studentesche. Abbiamo avuto paura di ammettere che tanti miti, anche nella politica internazionale, erano falsi miti. Abbiamo accettato che i diritti umani venissero dopo i diritti sociali... e questo è un retaggio sul quale ancora poco si riflette.
Sarebbe bello che altri protagonisti di quegli anni si raccontassero, magari persone che avevano posizioni diverse. Sicuramente la nostra eredità non ha sedimentato abbastanza utopie: la scuola che poi, anche come insegnanti, abbiamo cercato di trasformare in nome della centralità degli alunni e del metodo della ricerca attiva, negli anno Novanta è stata smantellata in nome del tecnicismo ipervalutativo e di una sostanziale ignoranza; la medicina non ha più al centro il paziente come persona, la psichiatria ha sostituito i sistemi di contenzione fisica la contenzione farmacologica. Ma qualcuno di noi è ancora lì, magari in penombra, tenacemente fuori da sistemi di potere, a cercare di dare una mano a chi vuole un mondo migliore.
Grazie. Continuare il confronto sarebbe bello
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.
Ringraziano per il messaggio: ParisTexas

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 2 Settimane 6 Giorni fa #9209

  • Susy_Free
  • Avatar di Susy_Free
Ciao Xeniaduemila, mi è piaciuto tanto il tuo intervento. Io in quegli anni non c'ero, e quindi purtroppo non posso aggiungere, ma è stato bello leggerti... Leggere di ragazzi che ci credono, che scendono in piazza, e mentre fanno riunioni costruiscono relazioni, trame, conoscenze, esperienze. Ragazzi che hanno ideali. Belli o brutti, giusti o sbagliati, ma comunque ragazzi che credono in qualcosa. Tutte cose che i giovani di oggi non conoscono e non sanno più fare perché aspettano che tutto piova dal cielo...
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 2 Settimane 5 Giorni fa #9214

  • A.A.
  • Avatar di A.A.
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 57
  • Ringraziamenti ricevuti 11
  • Karma: 0
Buonasera signor ParisTexas,
prima di tutto non ha nulla di cui scusarsi, anch'io non rispondo sempre immediatamente, del resto è ovvio, qui non si tratta di scrivere un breve messaggio ma di scrivere qualcosa di più complesso e articolato, ci vuole quindi, banalmente, il tempo per farlo.
Con il suo ultimo intervento mi sembra di aver capito meglio il suo modo di porsi, il problema però è che tale modo di porsi differisce dal mio proprio radicalmente nei presupposti fondamentali. Io, in un mio precedente intervento, avevo chiaramente detto come consideravo la ragione e lei aveva affermato di condividere in pieno la mia visione, io, quindi, davo per scontato che le nostre visioni su cosa la ragione sia fossero concordi. Ora però lei sostiene invece che la ragione è un fatto soggettivo (...lei associa, mi sembra, la “raffinata intelligenza” e l’onestà intellettuale esclusivamente alla ragione (o meglio, essere dalla parte della ragione), mentre io sono disposto a riconoscere entrambe queste qualità in presenza della soggettiva convinzione di essere dalla parte della ragione...). Io considero questa sua visione della ragione profondamente e gravemente errata ma se è comunque questa la sua visione è allora anche inutile ed impossibile continuare a disquisire. Non avrebbe infatti alcun senso un discorso che non mira a raggiungere un'oggettiva ragione proprio attraverso il confronto fra individui. Qualsiasi mio discorso, qualsiasi mia considerazione perde totalmente senso se non si condivide, alla base, l'idea di una ragione totalmente scissa e opposta all'individualità. Lei, a quanto pare, non solo odia Ares ma non le piace proprio per niente neanche Atena. Perché affermare (Ritengo, poi, che molte discussioni possano terminare, senza che ciò sia un dramma, rimanendo i dialoganti sostanzialmente ognuno della propria opinione iniziale.) equivale, nei fatti, a non voler "sacrificare" mai ad Atena, poiché è invece proprio un dramma (per Atena) se un dialogo approda al nulla (non è una mia personale "singolar tenzone" verso lei o verso chiunque altro da accettare o meno ma solo ed esclusivamente un amore, che, evidentemente, lei non ha per la ragione). Lei è una persona molto cortese e civile e, da questo punto di vista, non ha proprio nulla a che spartire con chi mi spernacchiava nelle assemblee studentesche tanto tempo fa, lei e gli spernacchiatori però qualcosa in comune l'avete ed è proprio questo rifiuto di portare avanti razionalmente un discorso, questa mancanza di amore verso la ragione, e su questo non c'è proprio nessuna "buona volontà" che tenga. Lei, probabilmente, insieme a tanti altri, non ha però ancora capito che il mondo, che tanto l'amareggia, è tale proprio perché rifiuta la ragione. Non ha quindi comunque senso che io continui a dirle cosa penso di tutte le sue considerazioni e riflessioni poiché io continuerei sempre a fare un discorso che mira al raggiungimento di un'oggettiva ragione, oggettiva ragione che lei invece rifiuta a priori e nei presupposti. Mi perdoni però se le faccio notare che dire : " Non avrei nessuna difficoltà a riconoscere l’altrui ragione nel momento in cui si riuscisse a dimostrarmela" è un'affermazione, nei fatti, impossibile, se, infatti, non si è disposti a riconoscere l'assoluta impersonalità e oggettività della ragione, sarà proprio impossibile, nei fatti ,dimostrarle alcunché, poiché l'ego, essendo più forte della ragione, distorcerà comunque qualsiasi discorso. Voglio anche farle notare che, all'epoca, anch'io ero giovanissimo eppure ragionavo in modo ben diverso rispetto a certa gente, la gioventù non giustifica quindi proprio niente.
Se voleva solo la mia testimonianza io l'ho già data.
Saluti a lei.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 2 Settimane 5 Giorni fa #9216

  • Susy_Free
  • Avatar di Susy_Free
... che peccato: c'è sempre qualcuno che riesce a metterla giù dura. Peccato davvero, perché questa conversazione era bella: bravo Paris Texas! :)
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 2 Settimane 5 Giorni fa #9218

  • ParisTexas
  • Avatar di ParisTexas
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 42
  • Ringraziamenti ricevuti 21
  • Karma: 3
Buongiorno, sig. A.A.
Coerentemente con il mio modo di pensare, prendo atto delle sue precisazioni pur rimanendo sostanzialmente della mia opinione. Questo non mette il sottoscritto dalla parte della ragione, più di quanto non metta lei da quella del torto. Semplicemente, non ne ho tratto motivo per non rimaner fedele al mio modo di pensare, perseguendo il mio concetto di ragione, senza con ciò cedere alla presunzione di esserne l’esclusivo depositario (del concetto di ragione, intendo e, conseguentemente, che tutti vi si debbano uniformare). Concetto che considera la ragione calata nella realtà che ci circonda e non una visione astratta e massimizzata; proprio nella seconda ipotesi, a mio avviso, la tentazione di cedere al culto del proprio ego potrebbe rivelarsi irresistibile. Mi permetto di farle una precisazione su un solo punto, visto che mi coinvolge personalmente: il motivo per cui la realtà quotidiana spesso mi amareggia è proprio dovuto alla triste constatazione che essa è il regno dell’errore, del caso, un luogo ove può benissimo succedere che la follia prevalga sulla ragione. Ove per ragione sarebbe qui intanto sufficiente intendere la capacità di discernere il bene dal male, in attesa che venga il tempo in cui l’uomo riuscirà finalmente a dominare i propri istinti e impulsi peggiori. Per il resto, sono convinto che la realtà che ci circonda abbia diverse sfumature delle quali dobbiamo tener conto, senza con questo venir iscritti di diritto a quel club ove tutto si conclude “a tarallucci e vino”. La ringrazio per la sua testimonianza e per i suoi interventi, che ho letto con molto interesse e hanno stimolato questo dialogo. Un cordiale saluto.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 2 Settimane 5 Giorni fa #9219

  • ParisTexas
  • Avatar di ParisTexas
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 42
  • Ringraziamenti ricevuti 21
  • Karma: 3
Buongiorno, Susy_Free.
La conversazione, per quel che mi riguarda, continua e spero che anche tu vorrai prendervi parte.
Quando quegli avvenimenti accadevano io emettevo i primi vagiti, ciò nonostante ritengo che tutti noi abbiamo il diritto di esprime la nostra opinione in quanto siamo tutti calati in una realtà che, nel bene o nel male, è stata comunque influenzata da quel periodo storico.
Un cordiale saluto. :)
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 2 Settimane 4 Giorni fa #9221

  • ParisTexas
  • Avatar di ParisTexas
  • OFFLINE
  • Senior Boarder
  • Messaggi: 42
  • Ringraziamenti ricevuti 21
  • Karma: 3
Buongiorno, xeniaduemila.
Innanzitutto la ringrazio per il suo articolato intervento, che offre lo spunto per approfondire alcune questioni fin qui non affrontate o non sufficientemente trattate. Intanto, mi trovo d’accordo con lei quando afferma di non considerare il diverso alla stregua di un nemico ma, se onesto, come un interlocutore. Temo, infatti, che in alcuni casi, in assenza d’onestà intellettuale, l’argomento che stiamo trattando possa rivelarsi viziato dal pregiudizio ideologico. Io nel 1968 venivo al mondo, per cui non ho vissuto quell’epoca nell’età della ragione e, purtroppo, mi sono rimasti solo dei nitidi ricordi della scia di sangue che ne seguì, fortunatamente controbilanciati dalle testimonianze di un parente stretto e del suo gruppo di amici, che quel periodo lo vissero da militanti in quel di Milano, tendenti a ricordarmi il fatto che quegli anni furono anche altro. Molto altro. Mi ha colpito l’accenno che lei ha fatto a quelle attività svolte in alternativa alle manifestazioni di piazza, ovvero iniziative nei quartieri poveri, presumo iniziative solidali, oppure davanti alle caserme e alle fabbriche, forse al fine di sensibilizzare più ampi strati di popolazione. Questo mi ha riportato alla memoria quelle iniziative solidali a favore dei rifugiati politici sudamericani di cui ho accennato in un mio precedente post. Mi sono appuntato anche un suo accenno ai movimenti femminili che, con la loro critica, misero in crisi alcune organizzazioni della sinistra extraparlamentare, il cui caso più clamoroso, se non erro, fu l’aspro dibattito interno a Lotta Continua, che ne causò addirittura lo scioglimento (o comunque è ritenuta essere stata una delle cause principali che concorsero a quell’epilogo). Lei pensa che in certi casi le donne, e in particolare le femministe, abbiano troppo estremizzato le loro posizioni? Ritiene, visto come sono andate le cose, che ciò sia stato controproducente per la causa femminile? Cosa accadde esattamente in quegli anni? Nel dibattito politico, le donne erano tenute nella giusta considerazione oppure, come dice Silvia Ronchey in una da me già citata intervista, erano ritenute “l’angelo del ciclostile, che doveva anche fare le frittate e specializzarsi nella cucina povera”?
Probabilmente, come dice lei, per inseguire alcuni diritti sociali a volte si sono persi di vista alcuni diritti umani, chiudendo spesso un occhio soprattutto su quelli che venivano calpestati da alcuni falsi miti; di certo manifestavate su ogni cosa: Cile, Vietnam, aborto, diritti dei lavoratori, contro la leva militare, contro il razzismo, per la casa, per una scuola migliore, per l’emancipazione femminile e tanto altro ancora. Forse all’epoca manifestavate troppo, oggi, a mio avviso, lo si fa troppo poco o quasi per nulla. Una frattura fra due epoche che lascia interdetti, che non trova un’apparente spiegazione ma non scuote gli animi più di tanto, visto che la maggior parte dei giovani considera l’inizio della storia coincidente con la propria data di nascita.
Mi auguro anch’io che il confronto possa continuare.
Un cordiale saluto.
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.

Formidabili quegli anni (il lungo ’68 italiano) 2 Settimane 4 Giorni fa #9226

  • xeniaduemila
  • Avatar di xeniaduemila
  • OFFLINE
  • Fresh Boarder
  • Messaggi: 2
  • Ringraziamenti ricevuti 1
  • Karma: 0
Grazie Paris-Texas e Susy_Free,
mi piace questa discussione con interlocutori, per ora, più giovani di me. Sarebbe interessante se altri, che il Sessantotto l'hanno vissuto direttamente, intervenissero e raccontassero. Anni fa un amico coetaneo con forte propensione per la storia orale ha tentato di intervistare concittadini che avevano vissuto come noi quegli anni. La cosa strana era la gran quantità di rimozioni, oblii e stereotipi che in qualche modo appiattivano la memoria, dei nostri coetanei, cosa che peraltro molti che si occupano di fonti orali sanno bene. E' per questo che occorre incrociare più racconti, letture, fonti di vario tipo... Abbiamo fantasticato di raccogliere diari e lettere prodotti in quegli anni, poi abbiamo lasciato perdere. Chissà..
Ma anche i ricordi sono una materia viva e interessante.
Sì i rifugiati cileni e argentini, alcuni di lontane origini italiane. Ricordo il volantinaggio davanti alle fabbriche quell' 11 settembre del '73 ( forse qualche giorno dopo), dopo il colpo di stato di Pinochet e ricordo quando nel '76 abbiamo cominciato a trovarci a cena nelle nostre case con amici cileni che ci raccontavano le loro terribili storie; qualche anno dopo abbiamo aiutato un esule politico argentino, conosciuto a Parigi, a cercare i suoi documenti all'anagrafe della mia città, da dove erano partiti i suoi nonni molti anni prima. La sensazione era di vivere tra i confini, seguendo un filo di affinità elettive che andava oltre le lingue. E questo era un arricchimento continuo. Ma cosa non abbiamo visto in mezzo a tanta luce, a tanti movimenti, a tanto attivismo? Credo che questo debba essere l'interrogativo che ogni individuo responsabile si deve porre, rispetto al '68, ma soprattutto agli anni Settanta, come rispetto al fascismo, alle persecuzioni razziali e anche al presente.
Sarebbe fantastico poter ricordare solo i viaggi allegri su furgoni sgangherati, le manifestazioni a Lisbona durante la Rivoluzione dei garofani, le interminabili discussioni notturne, le redazioni delle radio libere, la musica che faceva da sottofondo alle nostre vite, la condivisione delle case, del cibo, la passione per la scuola che a volte non dava tregua nemmeno la domenica. Ma c'è stato altro.
Mi ricordo, ad esempio, che leggevo con interesse i libri e gli articoli di Walter Tobagi; quando nel 1980 venne assassinato da gente che si definiva 'comunista' fu un colpo al cuore, come lo era stata la morte di Roberto Franceschi nel '73 e più avanti di Giorgiana Masi o Francesco Lorusso, uccisi dalla polizia, solo per fare alcuni nomi. La violenza è stata il crinale, la svolta. Per me, come per altre e altri, il problema era riprendere in mano in modo critico le categorie della politica. Alcuni, come Alex Langer, lo fecero a partire dal sogno di costruire ponti, saltare muri, varcare frontiere. Poi vennero gli anni Ottanta e i cupi anni Novanta...il trionfo della "razionalità" strumentale e tecnologica nella scuola, nella medicina, nello svuotamento dei servizi alla persona da un lato e dall'altro la barbarie dei nazionalismi ( penso alle guerre di disgregazione jugoslava a pochi chilometri da casa nostra) che videro buona parte della mia generazione annichilita e smemorata. Forse non avevamo riflettuto abbastanza sul valore di ogni singola vita. Vorrei che riprendessimo a farlo, che ci provaste anche voi. Un abbraccio
Registrati o effettua l'accesso per rispondere o scrivere nel forum.
  • Pagina:
  • 1
  • 2
Moderatori: max
Tempo creazione pagina: 0.212 secondi
Powered by Forum Kunena